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viernes, 30 de diciembre de 2011

La seduzione - Fernando Di Leo (1973)


TITULO ORIGINAL La seduzione
AÑO 1973
IDIOMA Italiano
SUBTITULOS Inglés (Incorporados) y Español (Separados)
DURACION 100 min.
DIRECCION Fernando Di Leo
ARGUMENTO Novela "Graziella" de Ercole Patti
GUION Luisa Montagnana, Ercole Patti, Marino Onorati, Fernando Di Leo
REPARTO Lisa Gastoni, Maurice Ronet, Jenny Tamburi, Graziella Galvani, Pino Caruso, Barbara Marzano, Ornella Muti, Rosario Bonaventura, Giorgio Dolfin, Luigi Antonio Guerra
FOTOGRAFIA Franco Villa
MONTAJE Amedeo Giomini
MUSICA Luis Bacalov
PRODUCCION CINEPRODUZIONI DAUNIA '70
GENERO Drama

SINOPSIS Il giornalista Giuseppe Laganà (M. Ronet) torna, dopo quindici anni, a Catania e ritrova la sua vecchia fiamma Graziella (L. Gastoni) che, però, ha una provocante figlia adolescente (J. Tamburi). Tragedia. Dal romanzo del siciliano Ercole Patti Graziella (1970) un film in chiave di fotoromanzo ora pruriginoso, ora lacrimoso. (Il Morandini)

Enlaces de descarga (Cortados con HJ-Split)
http://www19.zippyshare.com/v/97676687/file.html


TRAMA:
Giornalista in Francia, Giuseppe Laganà torna dopo quindici anni nella natia Sicilia, richiamato dal ricordo di Caterina la ragazza amata, ora vedova e madre dell'adolescente Graziella. Riconquistata senza fatica la sua antica fiamma, Giuseppe ne frequenta assiduamente la casa. Quindicenne spregiudicata, Graziella, affascinata dal quarantenne amante della madre, comincia una maliziosa opera di seduzione che ha un prevedibile sbocco. Scoperta la loro tresca, Caterina ne è traumatizzata, ma poi finisce per adeguarsi alla situazione spartendo Giuseppe con la figlia. Quando costui, però le tradisce entrambe, con un'amica di Graziella, Caterina impugna una pistola e lo uccide.

CRITICA:
"E' un film ispirato al romanzo di Ercole Patti 'Graziella', del quale il regista ha colto soprattutto gli elementi che meglio si prestavano a una torbida trasposizione per immagini. Immersa da cima a fondo in un'atmosfera di greve sensualità, la vicenda manca di quei significati psicologici e di costume che soli avrebbero potuto almeno in parte giustificarla. Anche la ribellione finale della donna alla vicenda della figlia nasce più dall'istinto materno, dallo schifo, dalla gelosia, che da un vero riconoscimento della rispettiva vita immorale". ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 76, 1974)
fonte "RdC - Cinematografo.it"
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=9780&film=La-seduzione

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Fernando di Leo es uno de los mas valientes guionistas y directores del cinema italiano de los Sesenta y Setenta. Desde POR UN PUÑADO DE DOLARES(Per un pugno di dollari) hasta CALIBRE 9 (Milano calibro 9), su carrera estas llena de éxitos, pero las cosas mejores llegan cuando Fernando di Leo hace películas negras de las novelas violentas de Giorgio Scerbanenco.
“En las películas dirigidas por di Leo hay siempre ironía, también en las mas torvas. Mis deudas cinematográficas con esto director son muchas…” dijo Tarantino.
Las peliculas de di Leo no son demasiadas, pero todas enfrentan temáticas originales: Rose rosse per il Furher (1968), UNA MUJER ARDIENTE (Brucia ragazzo brucia,1969), Amarsi male (1970), LA BESTIA MATA A SANGRE FRIA (La bestia uccide a sangue freddo,1971), CALIBRE 9 (Milano calibro 9,1972), NUESTRO HOMBRE EN MILAN (La mala ordina, 1972), SECUESTRO DE UNA MUJER/ MISIÓN PARA MATAR (Il boss,1973), LA SEDUCCIÓN (La seduzione,1973), Il poliziotto è marcio (1974), La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (1975), LA ESPIA SE DESNUDA (Colpo in canna, 1975) LOS AMIGOS DE NICK HEZARD (Gli amici di Nick Hezard, 1976), MISTER SCARFACE (I padroni della città,1977), DIAMANTES MANCHADOS DE SANGRE (Diamanti sporchi di sangue,1978), LAS VEINTEAÑERAS (Avere vent’anni,1978), VACACIONES PARA MATAR (Vacanze per un massacro,1980), Razza violenta (1983), L’assassino ha le ore contate (1981) e Killer contro killers (1985).
Fernando di Leo muere en Roma en el año 2003, tenia 71 años. Tenia muchas ideas en la gaveta y muchas ganas de enfrentarse de nuevo el set de una película. Quentin Tarantino dijo que di Leo es un director de culto. Desgraciadamente se murió demasiado temprano para poder gozar de una legítima revancha contra los periodistas intelectuales que lo criticaron mucho y sin tener razón. Para ellos, di Leo es director de películas violentas, inútiles y sádicas. Sin embargo, para nosotros Fernando di Leo es un señor autor y por esto le vamos a dedicar un libro. El primero, creo mejor decir único,libro sobre sus películas…
Gordiano Lupi (FERNANDO DI LEO E IL SUO CINEMA NERO E PERVERSO)
http://cinemedianoche.blogspot.com/2009/02/fernando-di-leo-e-il-suocinema-nero-e.html



IL CINEMA DI FERNANDO DI LEO: UN FILM, UN AVVENTURA IDEOLOGICA

Io sono convinto che i generi esistano e sono pure convinto che vadano rispettati. Tuttavia qualche innovazione e provocazione si può sempre ficcare, senza che il genere diventi "altro".
Fernando Di Leo era sempre solito rispondere alla maggior parte delle domande che le interviste gli sottoponevano citando un concetto molto semplice, improntato alla biforcazione quasi sillogistica di due termini confinanti come “film” e “cinema”.
All’interno di un dato film, amava precisare, poteva esserci del buon cinema, intendendo col primo concetto la forza lineare e riconoscibile delle strutture di genere e con l’altro la capacità o la sensibilità dell’autore di affrontare il proprio ruolo in maniera organica e originale, sforzandosi di emozionare, sedurre, irritare, provocare, abbeverandosi insomma alla fonte primigenia da cui sgorga e discende ogni finalità dell’arte drammatica: rendere partecipe chi assiste del proprio tempo e costringerlo ad interrogare i propri sentimenti e le proprie idee al riguardo, senza per questo privarlo della soddisfazione psichica ed estetica derivante dalla catarsi. In questo senso Di Leo incarnava quasi “ereticamente” quel ruolo di “intellettuale organico” di Gramsciana memoria, attento e coerente nell’analisi dei fermenti politici e sociali della sua epoca, ma anche recettivo nel captare quanto di qualitativamente migliore, all’interno del cinema internazionale, raccoglieva ed abbracciava il gradimento del gusto popolare.
Non per questo le sue opere devono essere considerate come una sorta di “surplus”, rispetto al concetto di narrazione di genere, piuttosto come una delle esemplificazioni più forti, pulsanti e complesse che il cinema italiano abbia mai offerto in tal senso.
Qualora ci sia chi ancora storce il naso, riguardo all’affidabilità “autoriale” e politica di questo tipo di definizione, ricordiamo che anche i romanzi di Charles Dickens potevano considerarsi, per l’epoca, narrazioni di genere, letteratura episodica e popolare (tanto che uscivano a puntate, pagate un tanto a pagina sui nascenti settimanali e quotidiani) ma ricordiamo anche come quelle stesse opere furono definite da un certo Karl Marx (uno che non s’occupava di mondanità ne d’intrattenimento) come la più riuscita critica, denuncia e rappresentazione artistica dei meccanismi alienanti del proprio tempo, come manifesti anti-capitalistici che si scrivevano da se.
Il primo rapporto con la letteratura, erano gli anni Cinquanta, passava da Sartre a Hemingway, da Camus a Faulkner, allorché trovai in uno dei diari di Gide il nome di Hammet, un giallista che stimava molto e dato che io stimavo Gide ne feci subito ricerca. Negli stessi anni – il lungo dopoguerra e l’inizio del boom – arrivarono una caterva di film americani gialli, d’azione, noir, a cui andavano le mie simpatie di spettatore e, a livello inconscio, le scelte che avrei fatto quando sarei diventato regista.. Hataway, Wise, Houston diventarono i miei preferiti, perché socializzavano i temi che trattavano, come del resto Kazan, Lumet, Lang, Aldrich. I francesi, nel genere che accomuna il giallo, quello d’azione e il noir, non erano da meno: Rififi, Le grisbi, I diabolici.
Metabolizzando questi archetipi secondo un approccio pratico prima ancora che teorico, Di Leo costruisce intrecci di grande respiro, popolati da personaggi ambigui, amari e difficili come lo sono gli uomini nella lotta per la vita che ingaggiano tutti i giorni, dona agli eventi narrati una contestualizzazione che rifugge ogni astrazione rassicurante per rincorrere e trovare quasi sempre una precisione sociologica dal realismo impressionante.
Nei noir girati tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta, in particolare in quella che definirei come la sua “trilogia della mala” (Milano calibro 9, La mala ordina e Il Boss girati fra il ’72 e il’73), Di Leo mette in scena con incredibile sintonia ed inegualiata efficacia spettacolare tutte le contraddizioni e i fenomeni emergenti più inquietanti di quel periodo, evitando sia di ricorrere allo sperimentalismo brechtiano e filo-maoista di un Godard che ai moduli spesso verbosi e usurati del cinema d’impegno sociale prodotto in Italia in quegli anni (Rosi e Petri esclusi almeno quando giravano al loro meglio). La contestazione studentesca e le trasformazioni che si evidenziavano sul piano dei comportamenti sociali, specialmente da parte dei giovani e delle donne (vedi i personaggi femminili ne La Mala Ordina e Il Boss), l’infiltrazione mafiosa e la sua evoluzione in senso capitalistico attraverso il riciclaggio (Milano calibro 9 e La Mala Ordina), le collusioni fra “cosa nostra” e il cosidetto “terzo livello”, ovvero il ceto politico e dirigente come lo definì Giovanni Falcone, il voto di scambio, il ricalcare le stragi e gli eventi che caratterizzarono la “prima guerra di Mafia” e che portarono al maxi-processo di Bari del 1968 (tutto questo ben fotografato ne Il Boss) sono messi in scena senza peli sulla lingua e con la dovuta crudezza d’immagini dal cinema di Fernando Di Leo, grazie a trame ben congegnate e strutturate sul modello “in medias res” della tragedia greca e a protagonisti usciti dalle pieghe della cronaca e della vita, interpretati da grandi attori diretti con sensibilità.
Naturalmente narravo di fatti avvenuti: corruzione, racket, uccisioni per “avvertimento”, regolamenti di conti… Così come avevo preconizzato con Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss l’escalation della delinquenza, con intuizioni sociologiche, adesso facevo la stessa cosa con la polizia. Facile profezia, in quanto lo specchio di quello che accadrà in Europa lo abbiamo, anticipato di qualche anno, osservando quello che accade in America. Quindi collusioni con i boss, cifre iperboliche di guadagni tramite la corruzione, sviluppi tecnologici e manageriali della malavita, compiacenze del potere politico, sistemazioni internazionali agli investimenti, insomma: un gioco sempre più grosso che investiva l’Italia.
Naturalmente i meriti della scrittura e le intuizioni politiche e sociologiche in assoluto anticipo sui tempi non possono far passare in secondo piano ne prescindere da quello che è il cinema, inteso come messa in scena, organizzazione di materiale tecnico ed umano, da quelle qualità insomma che distinguono un grande regista e uomo di spettacolo da un mestierante che potrà al limite solo beneficiare di un ritorno in auge del kitsch o di un’estemporanea apologia del brutto stile Ed Wood.
E Di Leo era un regista vero, capace di orchestrare le storie che lui stesso scriveva in maniera vorticosa ed originale, di girare scene d’azione secche ed eleganti, senza il bisogno di dover stupire ad ogni costo, ma chiedendosi semplicemente e sinceramente dove e perchè fosse meglio posizionare la macchina da presa, che è quanto di più importante un director dovrebbe sempre ricordarsi di porre in essere. Non solo, Di Leo era anche un attento studioso, sempre attraverso la pratica, la filosofia della prassi per riecheggiare ancora Gramsci, di quella grande evoluzione che caratterizzò il cinema del suo tempo: vale a dire l’uso narrativo della musica e il suo rapporto, a livello semantico, con le immagini mostrate. Il nero, il “noir” per Di Leo era anche questo, un senso di prossimità alla fine, un destino amaro e balordo sempre in agguato, assiomi che, nei suoi film, la musica poteva rivelare e tradurre in maniera più efficace di qualsiasi dialogo, dichiarazione esplicita o considerazione critica di sorta: basti pensare alla colonna sonora realizzata da Luis Bacalov e dagli Osanna per Milano calibro 9 vera e propria “Cassandra” inascoltata presaga della sorte luttuosa in serbo per ciascuno dei personaggi, o al funky rabbioso ed esasperato che Armando Trovajoli scrisse per La mala ordina. E in ultimo ma non per ultimi vengono gli attori, con i quali Di Leo lavorava a stretto contatto, senza concessioni alla moda dell’improvvisazione creativa ne alcuna sudditanza ai rispettivi manierismi, ma semplicemente scegliendoli in consonanza fisica ed espressiva con il profilo “social-esistenziale” dei personaggi da lui creati e quindi aiutandoli con sensibilità e pazienza a sfruttare i propri limiti tecnici ed umani indirizzandoli nelle nevrosi e nelle frustrazioni dei caratteri interpretati. Attori come Mario Adorf, Pier Paolo Capponi, sono stati praticamente scoperti e rivelati al grande pubblico dal regista pugliese altri, come Luc Merenda, Gastone Moschin (in chiave drammatica), Henry Silva, Joe D’Alessandro, Marc Porel, non hanno mai recitato tanto bene come hanno fatto sotto la sua guida.
Dove io sono bravo è a tenere sempre la corda tesa. Se mi “siedo” un poco la gente capisce che sto seduto, ma sa che tra poco ricomincerò. E poi le psicologie, la verità dei personaggi. La grandezza di un film, la partenza per la grandezza di un film, è che i personaggi siano veri. Questo l’ha insegnato De Sica con Ladri di biciclette, senza bisogno di scomodare i classici, i francesi, che qualsiasi carattere mettono nei film sono personaggi che tu incontri e conosci.
In conclusione, il cinema di Fernando Di Leo, pur aspirando e talvolta accedendo ad una portata e ad un respiro internazionale, non fu mai apolide, astratto ne avulso dalla realtà storica in cui il suo autore viveva e con la quale ideologicamente si confrontava, anzi, proprio da questo stretto connubio traeva gran parte della sua forza espressiva e quella capacità di risultare ancora oggi, al di fuori di qualsiasi rivalutazione auto-imposta, un modello espressivo straordinariamente attuale e un esempio per qualunque autore creda fermamente nelle proprie idee e nel proprio cinema, ma sopratutto per chi il cinema lo ama e lo divora senza steccati estetici ne barriere sciovinistiche o culturali.
Dopo la sua “trilogia della mala”, Di Leo cercò di adattare il proprio modo di fare cinema, senza per questo snaturarlo, ai nuovi e soggiacenti fermenti della società italiana, in alcuni casi dovette piegarsi ad esigenze produttive che lo ponevano a confronto con certe propaggini degenerative di quel cinema popolare che lui stesso aveva contribuito a creare (leggasi “poliziottesco”), quasi sempre portò a termine ognuna delle tappe del suo percorso artistico con la consapevolezza e il distacco di chi ama e conosce perfettamente il proprio mestiere.
Film come La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori, Gli amici di Nick Hezard, I padroni della città, Diamanti sporchi di sangue proseguono nel delineare, seppure con efficacia discontinua e calante, la parabola della piccola e della grande criminalità che si annidava nelle città italiane, mettendo spesso e clamorosamente il dito nella piaga della connivenza e della corruzione da parte delle forze dell’ordine (è il caso de Il Poliziotto è marcio forse il miglior “noir” del suo secondo periodo).
L’età sopravvenente e la progressiva separazione dalle fortune commerciali che nel frattempo, siamo all’alba degli anni ’80, avevano abbandonato la produzione popolare dei generi per abbracciare il cinema stantio e minimale dei comici provenienti dalla tv e dal cabaret, gli concessero il tempo per due variazioni sui suoi temi abituali rappresentati da Avere vent’anni (1978) e Vacanze per un massacro (1979).
Il primo è un “road-movie” per così dire filosofico, nel quale, attraverso le vicende delle due protagoniste, appartenenti ad una generazione ormai distante da quella del ‘68, riflette sul fallimento o meglio sul declino e l’inattuabilità di certi ideali come il femminismo, la liberazione dei legami interpersonali, le comuni, la (contro)cultura della droga e del misticismo ad essa connesso. Il secondo è invece una sorta di “Kammerspiele”, di noir da camera o da appartamento, in cui Di Leo sembra tornare al suo vecchio e mai dismesso amore per il teatro e calibra una delle migliori direzioni degli attori della sua intera carriera.
Non è millanteria: sfido chiunque a portare titoli italiani, inglesi, francesi, tedeschi migliori dei miei nel genere, di quel periodo e magari fino ad oggi. Ho fatto dei buoni film e spesso del buon cinema. Le due cose, si sa, spesso corrono separate. Quanto ad aver precorso i tempi: tutto accadeva e nessuno trattava l’argomento, tutto qui. Quando io feci Milano calibro 9 la pubblicistica italiana manco si sognava che Milano potesse essere la capitale del crimine. Quindi, come ho concorso ad “inventare” il genere western-spaghetti, così ho concorso a creare il poliziesco d’azione. Lungi da assumermi tutti i meriti: io con altri, io più di altri.
Tutti i brani in corsivo riportano dichiarazioni di Fernando Di Leo rilasciate a Davide Pulici nella sua intervista per “Nocturno Cinema”.
Simone Coacci
http://cinema.tesionline.it/cinema/approfondimento.jsp?id=1619

9 comentarios:

  1. GRAZIE AMICO!!! Buen film de Di Leo y una gran
    actuación de M. Ronet y la bellísima Ornella en sus comiebzos.

    Eddelon

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  2. Ma perche' rovinare la suspense andando cosi' nei dettagli con la trama?

    Ormai che so "chi e' l'assassino" che gusto ho piu' a guardare il film.

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  3. Questi link mediafire sono tutti non più funzionanti!....:-((
    sigh!.....:-((

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  4. ¿Por favor, sería posible resubir esta película y subir "La mala ordina" (1972) de este mismo director?

    Los subtítulos en español de "La mala ordina" se pueden descargar aquí:

    http://www.opensubtitles.org/es/subtitles/3324645/la-mala-ordina-es

    Muchas gracias. Un abrazo, amigo.

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    Respuestas
    1. ¡Muchas gracias! Con respecto a "La mala ordina" (1972), ¿crees posible una publicación en el blog con los subtítulos en español?

      Saludos.

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    2. Añado también el pedido de "Il boss" (1973) que consta de subtítulos en español traducidos por Vozidar:

      http://www.subdivx.com/X6XMTc0NTkxX-il-boss-1973-aka-the-boss.html

      Un abrazo.

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    3. Con respecto a "La mala ordina", estará después de la primer quincena de octubre.

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